La Foce è per S. Nicolò, un poco, quello che nei grandi centri è il club, la borsa, la piazza.
Nel breve arco che fa ad occidente lo sperone della Punta, ivi è la Foce; piccola insenatura di mare ritorta come un amo sullo sfondo di una nicchia scavata in un masso sporgente di puddinga che par abbia a rovinare da un momento all’altro

La Foce è un rifugio sicuro nelle burrasche improvvise ed è il ritrovo abituale dei pescatori; lì tra una fitta cortina di reti pendenti da travi prolungatesi per tutti i versi, accoccolati su qualche punta di scoglio seduti sul bordo di un gozzo, si discorre di barche, di pescagione e di mestè con lo stesso interessamento con cui negli scagni di piazza Banchi si parla di noli, di cambi, di transatlantici.
All’entrarvi colpisce un odore acuto, indefinibile di salsedine, di catrami, di alghe e salacche; tutt’attorno accatastate o distese lungo roccie o sui cespugli di lisca e ginestra, reti innumerevoli dai nomi più disparati secondo l’uso cui servono: tremagli, palamiti, manate, musee, drefondoi, roscettoi, ecc.
Più lontani sparsi qua e là casetti dove le donne sedute a gruppi tra una ciarla e un’allegra risata, stanno intente a rammendare –acconsà- le falle causate dai delfini. Per ogni dove alla rinfusa, paranchi, paglioli, salai, nasse, fiocine, cavi, reti, buglioli, lampadare: un completo arsenale di attrezzi pescherecci; e il tutto cullato dal dolce sciacquio del mare che si insinua tra gli scogli portando in quella febbrile attività il palpito dell’immenso oceano.